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«Cresciuto in strada, oggi è una star»: Okoye, il portiere dell'Udinese. Il ballo con Belen, i gossip, tatuaggi, il quartiere difficile

«Cresciuto in strada, oggi è una star»: Okoye, il portiere dell'Udinese. Il ballo con Belen, i gossip, tatuaggi, il quartiere difficile

Milano, zona stazione Centrale. Piena Fashion Week, siamo al Dropcity Center. Fuori gli animalisti protestano, dentro l'Udinese presenta la sua terza maglia. Ha fatto le cose in grande il club friulano, che per un pomeriggio dimentica il complicato avvio in campionato (tre sconfitte di fila). Ci sono tutti: influencer, Simona Ventura e il marito Giovanni Terzi, il presidente della Lega di serie A Ezio Simonelli e l'amministratore delegato Luigi De Siervo. Quest'ultimo sta per andarsene. Ha ascoltato con piacere le parole del giovane stilista Giovanni Buccinà — che per i 130 anni di storia dell'Udinese ha fatto incontrare la fotografia di Modotti e la poesia di Pasolini — ma prima di risalire in macchina chiede di poter scambiare due chiacchiere con Maduka Okoye, 27 anni, il portiere dei bianconeri, due metri di muscoli e tatuaggi, a inizio luglio a Silverstone per premiare la pole di Kimi Antonelli

Si deve mettere in fila De Siervo, però. Gli organizzatori dell'evento si fanno in quattro, corre da una parte all'altra della stanza nel tentativo di convincere tutti. Il problema è che tutti vogliono Okoye, crocifisso e collane d'oro al collo, al polso un orologio che brilla. Nelle ultime ore è diventato virale un video in cui balla al ristorante con Belen, deve pararne di gossip. Lui che in passato pare abbia frequentato Belcalis Marlenis Almánzar, nome d'arte Cardi B, rapper statunitense da 160 milioni di follower solo su Instagram. Okoye ne ha due, lontano anni luce, comunque quattro volte di più rispetto all'Udinese. Aura, dicono i più giovani. Intendono un fascino particolare, una sorta di campo magnetico che circonda un determinato personaggio e che tutto attira. Giornalisti, istituzioni, ragazze (tante) che timidamente lo tirano per la maglietta in cerca di un sorriso, un selfie. D'altronde per qualcuno è uno degli uomini più belli del mondo. 

«Piacere di conoscerla»; «Il piacere è tutto mio», ci dice in una saletta appartata, unico modo per scambiarci due chiacchiere. Mano sul cuore, un gesto di gratitudine quasi spiazzante. Non ama parlare della vita privata. Anzi, lo detesta. Chi lo accompagna si raccomanda: parliamo di campo. Beh, mica facile. Davanti c'è un gigante tatuato ovunque, impossibile resistere alla curiosità. 
«Quello a cui è più affezionato?». 
Sorride: «Non si vede, è sulla schiena», replica. 
«Siamo tutto orecchie». 
«Una scritta, "Oberbilk"». 
Quartiere urbano nel sud-est di Düsseldorf, Germania, dove Okoye è nato e cresciuto: «Zona difficile, ma mi ha cambiato la vita. Se ora sono un uomo è perché sono passato da quelle strade. Ne ho viste di cose, di amici che hanno preso strade sbagliate. La mia forza deriva da lì, ho capito che la vita va avanti. Sempre». 

La persona a cui deve tutto è il padre, che lasciò la Nigeria con un viaggio della speranza, in nave, trovando futuro e amore in Germania. Doppio passaporto, ma Okoye non ha mai avuto dubbi e oggi nel curriculum ha una ventina di partite con Osimhen e compagni. Nel 2024 è stato tra i protagonisti del docufilm «Il sogno non ha colore», presentato alla Mostra del Cinema di Venezia: «Il razzismo? Un peccato — lo definisce —. Siamo tutti uguali. Non importa il colore della pelle. Conta il cuore». 

In campo scende con il numero 40, perché tutti i codici postali di Dusseldorf iniziano con il 4. Portiere per caso: «La porta era rimasta vuota, il nostro numero uno decise di cambiare ruolo perché fra i pali faceva troppo freddo», se la ride. 

«E dove giocava da bambino?». Faccia stupita: «Dove? Attaccante, ovviamente! Un nove vero. Un bomber vero — ribatte —. Ma non so cosa è meglio, se un gol segnato o un rigore parato». Ci pensa un attimo, storce il naso: «Non lo so. Ma se mio figlio mi chiedesse un consiglio, gli direi di giocare davanti». Okoye, idolo delle masse. Ma lui un idolo ce l'ha? Qui è sicuro: «Dida. Ci ho parlato due volte, una al cellulare e una per messaggio. Mi ha augurato il meglio, facendomi un grande in bocca al lupo. Per me il massimo». 

Nel 2024 è stato accostato all'Inter, è vero? Qui para, fa lo gnorri: «Di questo si occupano i miei agenti...». Il presente si chiama Udinese, dopo la sosta servirà voltare pagina: «Viviamo una fase difficile, dobbiamo ritrovarci. Il calcio è così, i punti torneranno». Lo vedi e pensi poveri compagni, questo nello spogliatoio ribalterà i tavoli: «Invece parlo poco, solo quando serve». 

Ci salutiamo, nella sala accanto lo reclamano. C'è la fila, di nuovo. Solo un'ultima cosa: «Okoye, lei sembra avere tutto. Ma ce l'ha ancora un sogno nel cassetto?».

«La salute? Chiedo solo questo». 

23 settembre 2026, 07:12 - Aggiornata il 23 settembre 2026 , 09:30

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