Economia

Deficit eccessivo, l’ira della premier Meloni contro l’establishment: lavora contro l’Italia per colpire noi

Deficit eccessivo, l’ira della premier Meloni contro l’establishment: lavora contro l’Italia per colpire noi

ROMA - «Abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia per colpire noi». I numeri in economia sono un’opinione, «se è vero che l’Istat in quattro anni ha sbagliato tutte le previsioni». Perciò Giorgia Meloni dà una valutazione politica del decimale che impedisce al Paese di uscire dalla procedura di infrazione in Europa. E questo costringerà l’esecutivo «ad un negoziato con Bruxelles per niente facile», sospira un autorevole ministro. Che vede pregiudicato il disegno di una finanziaria capace di offrire un boost al centrodestra nell’anno elettorale.

E mentre la premier si alimenta dei soliti sospetti, «che sono certificati dai fatti», nel governo sale un inaspettato coro di amarcord per Enrico Giovannini, sincero riformista che dell’Istat è stato presidente: la nostalgia struggente è per «una persona seria» che «non avrebbe fatto un simile scherzetto a un esecutivo di centrosinistra». 

D’altronde che i numeri siano un’opinione lo testimoniò la carriera di quel dirigente famoso al dicastero dell’Economia per aver completamente sbagliato i costi del Superbonus ai tempi del gabinetto giallorosso di Giuseppe Conte e che poi andò al Fondo monetario internazionale.

Formidabili quegli anni «che stiamo ancora pagando», si lamenta il viceministro Maurizio Leo, mentre deve trovare il modo di pagare l’ennesima cambiale del Superbonus: «Sono quaranta miliardi solo quest’anno, più venti per il credito d’imposta. E noi restiamo in infrazione per un decimale». 

Ma se i debiti pregressi non sono responsabilità del governo attuale, la scelta del presidente dell’Istat ricade invece sul centrodestra. Raccontano che Giancarlo Giorgetti prese sotto braccio il ministro per la Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo per indicargli il nome di Francesco Maria Chelli: «Vai avanti così, ne parlerò io a Giorgia».

Da allora l’interlocuzione con i vertici dell’Istat è stata a dir poco complicata: esempio, non l’unico, della distanza che separa il governo dall’establishment. E che fa vedere a Meloni ombre dappertutto. Indossato l’elmetto da campagna elettorale, fino a ieri la premier sembrava intenzionata ad accelerare verso le urne in primavera. Nulla di certo, non ha mai fatto trasparire le sue reali intenzioni. 

Tanto da indurre Elly Schlein a uno scomposto fallo di reazione: «Ci faccia sapere quando si vota», ha detto la segretaria del Pd dimenticando che è il capo dello Stato a indire le elezioni. «Lei le vuole subito perché così risolverebbe il problema delle primarie», ha detto Meloni ai dirigenti di FdI dopo l’ennesimo messaggio di colei che definisce «la mia interlocutrice naturale».

Ora bisognerà capire se Meloni cambierà i piani, dopo il passo falso di ieri. Perché un conto era dover governare fino all’autunno del 2027 per gestire la mole di miliardi investiti nei provvedimenti di una Finanziaria elettorale. Così da contrastare anche l’ondata vannacciana e attendere una flessione di Fn. Altra cosa sarebbe costruire una legge di Stabilità con meno fondi a disposizione. 

Che poi è il tema attorno al quale si è registrato ieri l’ennesimo braccio di ferro tra Forza Italia e Lega su un eventuale scostamento di bilancio. E che ha aperto una discussione in FdI sul modo in cui è stata gestita la comunicazione in attesa del responso di Istat. Lo testimonia il fatto che Ignazio Larussa — controcorrente — ha commentato il 3,1 del rapporto deficit/Pil come «un ottimo risultato, vista la drammatica condizione dei conti pubblici che il governo aveva ereditato».

Si tratta di dettagli che precedono il tornante della legge elettorale, fondamentale per il governo e per le sorti della legislatura. La premier ha chiesto che l’esame dello Stabilicum si concluda alla Camera il 5 ottobre. E ha posto la fiducia per sfidare il tramestio che si avverte a Montecitorio, e che preluderebbe a un colpo di mano a voto segreto. Se la riforma fosse bocciata, Meloni ha fatto capire che si dimetterebbe. Sarebbe l’inizio di una violenta reazione a catena nel centrodestra. Perché la sua sfida non è solo con le opposizioni.

22 set 2026 | 22:27

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