Economia

I 6,6 milioni di alberi del Pnrr? La mappa e il numero di quelli (non) piantati

I 6,6 milioni di alberi del Pnrr? La mappa e il numero di quelli (non) piantati

Sei milioni e seicentomila alberi su 6.600 ettari, ovvero mille alberi per ettaro, ovvero una pianta ogni sei metri per un bosco grande come una media città italiana. Era questa, nel dicembre 2021, la cifra con cui il ministero della Transizione ecologica annunciava l’investimento del Pnrr sulla forestazione urbana: 330 milioni di euro per creare boschi nelle aree delle quattordici Città metropolitane. Alla chiusura del Piano, l’obiettivo che l’Italia deve certificare all’Europa è un altro: 3,5 milioni di alberi o arbusti trapiantati entro il 30 giugno 2026. Il Mase ne dichiara 3,9 milioni, un po’ più della metà. E anche la dotazione finanziaria, nel tempo, si è ridotta: dopo la revisione del 2023 si è scesi a 210 milioni di euro. Comunque un prestito europeo da restituire, e che secondo le rilevazioni non ufficiali disponibili a metà giugno risultava effettivamente speso solo per il 20%. Insomma, finisce l’estate italiana più calda di sempre e l’impressione che resta è quella di aver sprecato una delle misure ambientali più lungimiranti, e più semplici, del Pnrr. Insufficiente, ma quanto mai necessaria alla luce dell’emergenza climatica e del caldo torrido.

Il percorso di quel ridimensionamento è scritto negli allegati alle revisioni sui traguardi del Piano italiano decise del Consiglio Ue. L’ultima, l’ottava, è stata adottata il 25 agosto scorso su richiesta presentata dall’Italia l’11 giugno: ha toccato 118 misure, di cui 93 modificate per «ridurre l’onere amministrativo e semplificare l’attuazione». Fra queste c’è la forestazione urbana. Nel Piano si chiama M2C4, Investimento 3.1.
Che cosa sia stato semplificato, il documento europeo di agosto non lo dice. Lo dicono i due estratti dell'allegato forniti dal Mase in risposta ad alcune domande poste al ministero sul destino della misura. Nella versione in vigore fino al 30 marzo scorso, il traguardo M2C4-20bis recitava: «Trapianto di materiali forestali di moltiplicazione (sementi o piante) per almeno 3.500.000 alberi e arbusti per il rimboschimento delle aree urbane ed extraurbane». Nella versione approvata il 25 agosto resta questo: «Trapianto di almeno 3.500.000 alberi o arbusti».
Numero e scadenza sono identici, e il Mase precisa che non ci sono state «modifiche sostanziali». Ma nel testo giuridicamente vincolante non ci sono più il riferimento al «rimboschimento», quello alle «aree urbane ed extraurbane» e la specificazione del materiale forestale. In teoria ci sarebbe una differenza sostanziale anche in una semplice congiunzione: «alberi e arbusti» nella prima versione; «alberi o arbusti» nella seconda. Ma un conto è un albero, e un altro una piantina.

Il punto più delicato, poi, ha sempre riguardato come si calcolano gli alberi. I traguardi erano tre: 1,65 milioni di unità entro dicembre 2022, 4,5 milioni entro dicembre 2024, 3,5 milioni di trapianti in campo entro giugno 2026. Ma non sono numeri che si sommano. Il dato aggiornato finale, fornito dal ministero, è di «oltre 3,9 milioni di unità di specie arboree e arbustive», da rendicontare nella decima e ultima rata del Piano. Come ci si è arrivati? Prendiamo una piantina: nel 2022 è in un vasetto, in un vivaio, e la Città metropolitana la conta e la dichiara all’Europa. Di lì al 2024 viene messa nel terreno, e viene contata di nuovo. Altre vanno in vivaio, e vengono aggiunte al conto. Si giunge così alla cifra di oggi. Il «target finale» di 3,9 milioni comprende anche piante già contate nel 2024, oltre a quelle che allora erano in vivaio. La differenza è che questa volta per dichiarare che l’obiettivo è raggiunto devono essere considerate solo quelle effettivamente trapiantate «in situ». Un numero superiore all’obiettivo ma riferito a un traguardo quasi dimezzato rispetto all’annuncio iniziale.
Già nel 2023, peraltro, la contabilità di questa misura aveva sollevato questioni. Il collegio del controllo concomitante della Corte dei conti (organo poi soppresso) aveva rilevato che la semina in vivaio non era assimilabile alla forestazione urbana, e sulla base dei sopralluoghi dei Carabinieri forestali aveva segnalato ritardi, piante trovate secche e morie per scarsa manutenzione.

Proseguiamo. Come si dimostra all’Europa che quegli alberi sono davvero in terra? Qui il ministero è esplicito: «Data la complessità del target e l’elevato numero di unità da rendicontare, il Mase ha scelto di semplificare al massimo la rendicontazione, chiedendo ai soggetti attuatori solo il certificato di completamento del trapianto in situ», un atto previsto dagli accordi con Bruxelles. Ci sarebbe anche una «Cabina di regia di supporto tecnico-scientifico» - composta da Ispra, Comando unità forestali dei Carabinieri, Istat e Cirbises (la struttura scientifica sulla diversità vegetale) – che però non è contemplata dalle procedure del Pnrr, è esterna. Ciò che arriva a Bruxelles, in definitiva, è solo un certificato prodotto dalle Città metropolitane, cioè dagli stessi enti che realizzano gli interventi.

Resta evidente, inoltre, che un albero trapiantato non è un albero sopravvissuto. Anche il monitoraggio dell'attecchimento e l’obbligo di sostituire le «fallanze» sono in capo alle Città metropolitane, per cinque anni dalla data di trapianto e con i costi a carico dei progetti finanziati dal Pnrr. Ma anche qui il processo è messo in discussione e spesso contestato, come accaduto in diversi casi che nel recente passato hanno interessato la Città metropolitana di Roma e il litorale laziale. La questione è che chi realizza gli interventi è lo stesso soggetto che li certifica e che deve anche provvedere alla manutenzione. Cinque anni di obblighi si estendono ben oltre la chiusura del Pnrr. Rimangono allora almeno due domande senza risposta: chi vigilerà su quella manutenzione quando la macchina del Pnrr sarà smontata, e se i tassi di attecchimento - l’unico numero che dirà davvero quanti alberi e quanta ombra l’Italia ha guadagnato - saranno resi pubblici, città per città.

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